Icone del garantismo

Chi è, cosa pensa, da dove viene l’uomo che sta facendo impazzire i manettari. Colloquio con Enrico Costa.

Chi è, cosa pensa, da dove viene l’uomo che sta facendo impazzire i manettari. Colloquio con Enrico Costa

Tratto da
Testata editoriale Il Foglio
del 19 gennaio 2024

di Marianna Rizzini

Lo disapprovano in molti, e altrettanti lo considerano un eroe. Ma i due opposti atteggiamenti non si distribuiscono equamente da un lato e dall’altro lungo l’arco politico. Può capitare infatti, e capita spesso, che Enrico Costa – deputato di Azione, già ministro per gli Affari Regionali nei governi Renzi e Gentiloni, già viceministro della Giustizia con Andrea Orlando, già parlamentare per Forza Italia e Pdl, e oggi uomo del giorno in tema di “legge-bavaglio”, soprannome del suo emendamento sul divieto di pubblicazione letterale delle ordinanze cautelari – assuma le sembianze del bersaglio o del santo in modo trasversale nel centrodestra e nel centrosinistra. Ma chi glielo fa fare, Costa? è la domanda che scappa spontanea a chi gli chieda conto dell’incessante lavorìo, sotto diversi governi, su processi mediatici, intercettazioni, prescrizione, separazione delle carriere, carcerazione preventiva.

E insomma non c’è battaglia garantista o iper-garantista che non porti il suo nome: Costa è stato ed è firmatario di leggi, autore di lettere, manifestante, uomo di raccordo tra destra e sinistra sui temi suddetti, motivo per cui ieri, quando è stato visto parlare in Transatlantico con l’altro uomo del giorno (per altri motivi, vedi sparo di Capodanno), e cioè con il sottosegretario alla Giustizia meloniano Andrea Delmastro, più di un deputato d’op posizione, sul lato Pd e M5s, ha commentato con parole riassumibili su per giù con un “ti pareva”.
Chi glielo fa fare, dunque, a Costa, piemontese di Mondovì, avvocato, figlio d’arte (di Raffaele Costa, liberale ed ex ministro), di buttarsi sempre a capofitto nelle più impopolari guerre d’opinione e di Parlamento, quelle appunto a tema giudiziario? Perché non c’è soltanto l’emendamento anche detto legge-bavaglio, e il collaterale scontro tra Costa e il resto del mondo mediatico (più o meno, fatta eccezione per qualche foglio garantista), vista la presa di posizione della Fnsi, contraria all’emendamento sul divieto di pubblicazione delle ordinanze cautelari fino al termine dell’udienza preliminare e pronta a scioperare in nome del “no alla censura”, e visto l’annuncio di mobilitazione dell’Usigrai, che ha chiesto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non firmare la legge.
C’è stata anche, prima, la stagione in cui Costa era inviso ai popoli viola e alle folle dei post-it gialli per aver combattuto a fianco dei berlusconiani alcune battaglie-icona sulla giustizia, nonché per essere stato relatore del “lodo Alfano”, la legge, poi bocciata dalla Consulta, che prevedeva la sospensione dei processi penali nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato.
Chi me lo fa fare? Il mio filo conduttore, lo chiamo così”, dice Costa, “è la ragione per cui non faccio fatica a svolgere questo ruolo, spesso anche in solitaria, visto che in politica ci sono momenti in cui devi guardarti intorno e, se le condizioni ci sono, agire subito. Ecco, il filo conduttore da cui tutto discende è questo: lo stato deve sì chiamare chi compie un reato a risponderne, ma ha il dovere, quando qualcuno esce poi innocente da un processo, di fare sì che questa persona si ritrovi nelle stesse condizioni che aveva prima di essere accusata. Per questo ho proposto, quando ministro della Giustizia era Alfonso Bonafede, una legge per il rimborso delle spese legali agli imputati assolti. E in questo solco vanno le mie azioni per il diritto all’oblio per gli assolti e per la deindicizzazione del nome degli assolti sui motori di ricerca, per evitare che un innocente venga marchiato a vita da indagini finite nel nulla”.
Quando era solo un avvocato, con alle spalle una laurea all’Università di Torino, Costa aveva sviluppato una grande passione per la giallistica, pari quasi a quella per il tennis (“quella per il tennis poi l’ho passata a mio figlio di dieci anni”, dice il deputato. Nella sua settimana divisa tra Roma e Cuneo c’è sempre infatti il momento-tennis, quando accompagna il bambino a lezione). Quando leggeva gialli, però, Costa non era interessato tanto al colpevole quanto al processo di costruzione delle prove, prove vere, “non quelle considerate tali nei processi sommari sui giornali”, dice, “magari poi smontate, solo che quando vengono smontate non interessano più. L’innocente scagionato non fa titolo”.
In nome dell’innocente scagionato Costa è ripartito, sotto il governo Meloni, da deputato calendiano, con la “missione”che va sotto il nome di: “Difesa nel processo e non sui media. Mi stupiscono le tesi di quelli che dicono che pubblicare testualmente le ordinanze cautelari è un atto di difesa della persona. Mai visto un accusato che vuole vedere il proprio nome spiattellato sui giornali prima dell’udienza preliminare”.
Da lì, e attorno a questo, il resto: l’impegno indefesso di Costa contro chi “colpisce con la clava giudiziaria l’avversario politico”, contro “i giornalisti che si sentono tribunale”, contro “il sindacato del servizio di informazione pubblica che aveva le pile scariche e ha fatto del mio emendamento un caricabatterie”,e contro chi “si è incaponito sull’abuso d’ufficio, che non a caso gli amministratori locali di ogni colore vogliono veder cancellato”.
Ma, in pratica, che cosa fa Costa per portare avanti le sue idee? L’ex ministro si descrive come uno che, “dopo lunga gavetta, e dopo aver osservato per anni Gaetano Pecorella, un maestro, gli emendamenti almeno li sa scrivere. C’è gente che non sa neanche leggerli”.“Non si può soltanto, quando si è all’opposizione, presentare emendamenti soppressivi”, dice Costa –che dall’opposizione, mercoledì, alla Camera, si è visto approvare dalla maggioranza una risoluzione a firma Azione, Iv e + Europa, dopo le comunicazioni del Guardasigilli Carlo Nordio sullo stato della giustizia. “Devi portare la maggioranza a dirti sì o no”, dice, “a questo servono gli emendamenti propositivi, e magari riescono a fare breccia”. Intanto, sull’emendamento chiamato “legge bavaglio” è intervenuto, su questo giornale, in posizione intermedia tra i detrattori e gli estimatori, l’ex magistrato Guido Salvini.
L’emendamento Costa non è un bavaglio, ma è difficile che funzioni”, ha scritto Salvini, considerando male minore la possibilità di pubblicare le ordinanze, come da riforma Orlando, per non fare “figli e figliastri” tra i cronisti giudiziari. “Io credo che il problema più grande non sia quello del sottobosco in cui alcuni hanno i testi delle ordinanze e altri no, ma quello della violazione del segreto istruttorio”, dice Costa: “Quando viene violato, spesso a indagare è la stessa procura nel cui alveo si è verificata la violazione. Io vorrei insomma che il processo restasse nel perimetro del processo. In questo solco vanno le battaglie sulla prescrizione e sulla separazione delle carriere: deve essere chiaro, plasticamente chiaro, che il pm ha un ruolo diverso da quello del giudice, un ruolo di ‘avvocato dell’accusa’, per così dire, e questo non sempre è evidente per l’opinione pubblica. Bisogna sciogliere l’equivoco, mettere dei paletti, evitare che venga colpita una persona prima del processo, senza possibilità di scampo e senza riabilitazione successiva. Ripeto: è come se l’accusato poi dichiarato innocente non interessasse a nessuno. E allora dico: vogliamo valutare l’operato dei magistrati? Bene, si valuti anche l’esito finale: se, dopo le indagini, e in diversi casi, gli accusati da un certo pm vengono sistematicamente assolti, beh, qualche domanda su quel pm me la farei”.
Sono questi gli argomenti per cui Costa può vedersi contrastato, per esempio, da uno sciopero dell’Anm. “Adesso lo sciopero contro me lo fanno i giornalisti”. C’è chi gli ha chiesto perché voglia anche l’inasprimento delle sanzioni per chi pubblica le ordinanze: “Io dico che la stampa deve essere libera, ma l’editore che vende migliaia di copie in più con i cosiddetti processi mediatici non è giusto che non debba rispondere, se con quella pubblicazione viene infangata la reputazione di una persona innocente fino a prova contraria”.
Non è la prima volta che Costa si trova nella posizione dell’uomo del giorno, bersaglio o eroe a seconda dell’occhio di chi guarda. E’ capitato già qualche anno fa, nel 2017, quando, non all’improvviso ma con mossa che ha spiazzato più di un collega nell’allora governo Gentiloni, Costa si è dimesso dalla carica di ministro per gli Affari Regionali. “Rinuncio al ruolo e mi tengo il pensiero”, aveva detto, alludendo al suo, di pensiero, evidentemente divergente rispetto a quello della maggioranza.
A chi mi consiglia di mantenere comodamente il ruolo di governo, dando un colpo al cerchio e uno alla botte”, scriveva nella lettera di dimissioni, “rispondo che non voglio equivoci né ambiguità. Allungherò la lista, peraltro cortissima, di ministri che si sono dimessi spontaneamente”. Le divergenze –in tema di “ius soli” come di giustizia – si erano fatte troppe. E il congedo prendeva la forma di mini-manifesto programmatico: “E’ il momento di lavorare a un programma politico di ampio respiro che riunisca quelle forze liberali che per decenni hanno incarnato aspirazioni, ideali, valori, interessi di milioni di italiani che hanno sempre respinto soluzioni estremistiche e demagogiche”.
Un giorno, intervistato da Repubblica, Costa aveva anche lanciato un paio di frasi allora considerate profetiche: “L’estremismo di centro può essere appassionante, ma rischia di essere velleitario”;“il centro se vuole incidere deve fare da integratore per le performance dell’area liberale”. Fatto sta che nel Pd già da tempo Costa veniva considerato una sorta di corpo estraneo nel governo, ma anche a destra, vista appunto la sua esperienza nei governi Renzi e Gentiloni, veniva visto come uno “non organico”.
Vantaggio? Svantaggio? “Mio padre mi diceva: meglio sapere tutto di una materia che poco di tante materie”, dice il deputato calendiano, convinto che la specializzazione in politica porti a seguire solo le proprie idee, costi quel che costi: “Mi accusano di non fare gioco di squadra. Beh, ci sono due tipi di parlamentari, e servono entrambi a un partito, come su un set cinematografico in cui sono necessari il regista, l’attore, il direttore della fotografia: c’è chi si mette in scia, e rinforza la linea del partito, e chi prende l’iniziativa”. Inutile dire a quale delle due categorie senta di appartenere Enrico Costa da Mondovì.
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