Di: In primo piano Riforme

L’immunità che cercano i pm antimafia che criticano Cartabia

Presunto Innocente - Gian Domenico Caiazza

Magistrale articolo del Presidente delle Camere Penali, Giandomenico Caiazza

Tratto dail foglio logodel 21 luglio 2021

Dunque, secondo i dottori Gratteri e Cafiero De Raho, pezzi da novanta della “magistratura anti-mafia”, la riforma della prescrizione proposta dal governo Draghi e dalla Ministra Cartabia produrrà un cataclisma.
Falcidiati, nientedimeno, il 50 per cento dei processi penali pendenti in Appello, e tutti i maxi processi. Centinaia di mafiosi torneranno liberi a sciamare per le strade del nostro paese, e con essi politici ed amministratori corrotti, violentatori ladri e lupi mannari di vario genere. La sicurezza dell’Italia, ammoniscono, è in pericolo. Propongo alcune brevi riflessioni.

Primo. Mi si dica in quale altro paese del mondo sia consentito che due magistrati in carica, il cui compito costituzionale è applicare la legge, non concorrere a scriverla, possano mettersi a sparare a palle incatenate contro governo e maggioranza parlamentare circa un progetto di riforma, giusto o sbagliato che sia, scegliendo con accurata sapienza politica e mediatica tempi e modi delle proprie esternazioni. Mi si faccia il nome di qualche altro paese, grazie.

Secondo. È lecito chiedersi con quale pallottoliere è solito fare i suoi conti il dott. Gratteri, per quotare al 50 per cento i processi destinati al macero. Un uomo pubblico che si espone in tal modo, e spara una simile cifra, ha il dovere di spiegare il calcolo, se siamo in un paese serio.

Terzo. Visto che entrambi sono Pubblici Ministeri, e che il 60 per cento delle prescrizioni matura prima della udienza preliminare, sarebbe utile ci illuminassero intanto su questa percentuale certa, invece di paventarne a casaccio altre. Come mai le prescrizioni (tutte da dimostrare) in appello sarebbero una catastrofe sociale, mentre quelle maturate nelle loro mani (cioè i due terzi), no? Già che ci siamo, sarebbe utile ci spiegassero anche con quali criteri loro scelgono di mandare al macero i fascicoli, e quali, e con quali criteri. E a chi ne rispondono. Sempre per cortesia, naturalmente.

Quarto. Come sempre nella vita, conta il punto di vista dal quale si parte. Chi arriva ad una sentenza di primo grado, mediamente nel nostro paese è già prigioniero del proprio processo da un numero intollerabile ed incivile di anni. inoltre, diversamente da quanto mostrano di credere i dottori Gratteri e Cafiero De Raho, non si tratta di mafiosi, corrotti e stupratori, ma di cittadini accusati di esserlo, incidentalmente assistiti dalla presunzione di innocenza: fa una certa differenza, anche se la cosa non viene colta dai nostri autorevoli interlocutori (non c’è nulla da fare, non la colgono, è inutile cercare recuperi di facciata posticci, meglio dirci le cose con chiarezza). Lo stato non può pretendere di imprigionare costoro al proprio processo fino a quando esso stato sarà finalmente in grado di processarli.
Dunque il punto non è se bastino due o tre anni per un appello, ma se appartenga al mondo civile pretendere che costoro aspettino la propria sorte ben oltre quei limiti, dopo aver aspettato già oltre ogni limite di decenza.

Quinto. Quanto ai maxi-processi, i dottori Gratteri e De Raho sanno perfettamente che, secondo la logica del nostro codice, non dovrebbero esserci. Concepire indagini e processi da stadio, per i quali devi costruire apposite aule che sappiano contenerli, va bene nel Cile di Pinochet o in qualche altro vergognoso stato incivile e barbaro, mentre dovrebbe essere – in fondo lo è – vietato da noi. Ciò a maggior ragione se questi processi vedono poi regolarmente assolti nei successivi gradi di giudizio una prevalente moltitudine di imputati, vero dott. Gratteri? Dunque pretendere di parametrare una regola sull’unità di misura con la quale si costruisce una indecente anomalia, è davvero una pretesa intollerabile.

Sesto. Circa duecento magistrati sono distaccati presso i ministeri, a fare strame del principio della separazione dei poteri. Perché sarebbe incivile fissare un termine prescrizionale dopo l’appello, e non invece sottrarre al proprio compito ed al proprio dovere costoro, per riuscire a celebrare più processi come essi dovrebbero?

Immagini quante belle sezioni di Corte di Appello potremmo riuscire a metter su a Catanzaro e altrove, dott. Gratteri! Ma qui tutti zitti, giusto? (a proposito: anche in questo caso, siamo l’unico paese al mondo dove accade una cosa del genere).
Abbiamo avviato un bel dibattito, direttore Cerasa? Mah. Mi permetta di dubitarne. In genere, i retori amano monologare. Molta cordialità

Gian Domenico Caiazza

 

 

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Tag:, , , Ultima modifica: 21 Luglio 2021